Flessibilità e Lavoro Pubblico

Flessibilità sul Lavoro

Negli ultimi anni in Italia si sente spesso parlare di “flessibilità lavorativa”, di mercato del lavoro in continua evoluzione, di “lavoratore flessibile”. Ma cosa si intende, per davvero, con questi concetti e quali sono i contorni della “flessibilità lavorativa”? In questo articolo cercheremo di spiegare questo concetto tanto utilizzato e, spesso, abusato.

Flessibilità lavorativa: che cos’è

La flessibilità lavorativa è un concetto che si è fortemente radicato nella nostra società a seguito delle ultime riforme legislative. Quando si parla di flessibilità lavorativa si intende quella particolare condizione in cui, sovente, viene a trovarsi il lavoratore che non rimarrà mai costantemente e definitivamente al proprio posto di lavoro. Il contratto del lavoratore flessibile potrà mutare più volte durante l’arco della sua vita lavorativa. Ma non si parla solo di “flessibilità contrattuale”: anche il datore di lavoro, la propria mansione o attività occupazione possono mutare – anche più volte – nel corso dell’attività del lavoratore.

Flessibilità lavorativa: qual è la sua funzione

Una delle funzioni principali ascrivibili alla “flessibilità del lavoro” è certamente quella di accrescere e migliorare, di volta in volta, il bagaglio culturale e di esperienze che il lavoratore acquisisce nell’arco della sua vita lavorativa. Cambiare posto di lavoro oppure mansione rappresenterebbe un eccellente modo per migliorarsi e per accrescere le proprie conoscenze. Inoltre, il lavoro flessibile consentirebbe al lavoratore di cambiare contratto molto spesso nell’arco della propria vita: tutto ciò dovrebbe tradursi anche in un notevole incremento delle proprie disponibilità economiche e del proprio reddito.

Flessibilità del lavoro anche per i lavoratori assunti a tempo indeterminato

La flessibilità del lavoro non è un concetto che si applica solo ai lavoratori a tempo determinato oppure a coloro che sono, ad esempio, assunti con contratto a progetto. La categoria concettuale di cui ci stiamo occupando si estende anche a coloro che sono assunti a tempo indeterminato. Per questi lavoratori, la “flessibilità” si applica all’orario di lavoro, alla sede e alla mansione. I lavoratori “flessibili” assunti a tempo indeterminato sono disponibili a lavorare, ad esempio, per più di 8 ore al giorno oppure nei giorni festivi (sabato e domenica). Sono inoltre disponibili a cambiare mansione oppure ad effettuare trasferte lunghe, a trasferire la propria sede di lavoro. La “flessibilità” dei lavoratori a tempo indeterminato risponde dunque prettamente alle esigenze e alla richieste del datore di lavoro.

Flessibilità lavorativa: gli interventi del Legislatore e le riforme più importanti

La categoria giuridica della “flessibilità” del lavoro è stata introdotta, nel nostro ordinamento, dalla legge Treu del 1997 sul lavoro interinale e, successivamente, dalla contestata legge Biagi del 2003. Entrambi gli interventi normativi gettano le basi e le fondamenta per un mondo del lavoro sempre più flessibile. Un concetto che, sulla carta e forse in una società utopica, potrebbe essere lo strumento per evolvere, per crescere, per migliorare le proprie competenze e il proprio reddito. Purtroppo, con il passare del tempo e con l’avvento della crisi economica, il concetto della “flessibilità lavorativa” si è sempre più “appiattito” fino a sfociare nel concetto di “precariato”. Il lavoro diventa sempre più instabile e, spesso, diviene difficile pianificare ed organizzare la propria vita anche a causa di un reddito pro capite davvero inadeguato.